Burn Out

Il burn-out. Note storiche, definizione e modelli di lettura del CORAM.

Il termine burn-out è stato usato per la prima volt negli anni trenta per indicare in gergo un atleta che dopo molti tentativi di successo si brucia e si consuma, esaurendo le proprie forze; fu ripreso negli anni Settanta dal prof. Seymour Saranson della Yale University, in un convegno, per indicare il basso morale degli staff dei centri di igiene mentale di comunità americane (Lo Iacono, 2003). Molti altri studiosi in quegli anni se ne sono serviti in riferimento ad uno specifico quadro sintomatologico individuato in operatori che erano particolarmente esposti allo stress e che erano a diretto contatto, in modo continuativo, con un’utenza che era fortemente disagiata (Freudenberger, 1974). Letteralmente, vari autori danno diverse definizioni, tra cui “bruciato”, “scoppiato”, “usurato”; Contessa (1982) propone la metafora secondo la quale un operatore è in “cortocircuito”, ma la parola che si predilige utilizzare è sempre il termine anglosassone (Volpi, 1993).
Cristine Maslach (1976) che è stata una delle prime studiose dal fenomeno, ha elaborato un questionario, il Maslach burnout Inventory, che ha identificato il burn-out caratterizzato dai seguenti fattori:

    1. Esaurimento emotivo, cioè la sensazione di essere in continua tensione, essere esausti e privi di energie nello svolgere il proprio lavoro.
    2. Depersonalizzazione, che indica scarsa sensibilità, scarsa comprensione e scarsa partecipazione ai problemi degli utenti, che può portare ad un comportamento anche apertamente aggressivo.
    3. Ridotta realizzazione professionale, per cui l’operatore sviluppa la sensazione di minore competenza, scarsa considerazione dei risultati ottenuti ed un minor desiderio di migliorarsi professionalmente.

In alcuni casi si può parlare del burn-out facendo riferimento all’intero processo lavorativo entro il quale l’operatore si muove, includendo anche le persone e le numerose cause che possono produrre un innalzamento delle richieste a cui il lavoratore deve far capo. L’accento viene posto, in modo particolare, alla multicausalità e complessità del processo che si articola in fasi diverse e che produce effetti negativi sul comportamento della persona (Trombini, 1994).
Ci sono alcune professionalità che subiscono particolari sollecitazioni stressanti a causa del proprio ruolo, quindi accusano dei sintomi che esplicitano il loro disagio, fino ad arrivare a profonde depressioni, manifestazioni autodistruttive e, nei casi più estremi, a suicidi (Lo Iacono, 2003). Alcuni studiosi asseriscono che tutte le attività che implicano contatti personali possono essere colpite, proprio perché in continuo rapporto con le persone e i loro problemi e perché richiedono un intenso impegno emotivo. Il concetto del burn-out si collega dunque non tanto ad un contatto diretto con l’utenza, quanto al rapporto che affettivamente si instaura con la medesima, che è quello che nel caso del burn-out viene meno (Del Rio, 1989).
Il burn-out delle professioni di aiuto è oramai particolarmente studiato anche in Italia da varie associazioni e studiosi come la Società Italiana di Psicologia (SIPs), il Coordinamento Regionale degli operatori socio sanitari (CROSS) e sta diventando una delle prime cause di assenteismo in alcuni servizi istituzionali (Lo Iacono, 2003). Soprattutto nei servizi pubblici sembra manchi spesso un’adeguata formazione professionale, che si avvalga anche di supervisioni periodiche, il lavoratore sembra non avere più le risorse adeguate per arricchirsi dal punto di vista comunicativo e relazionale, sembra viva quello che Lo Iacono (2003) definisce “un isolamento professionale e poi personale”, è candidato a che il suo disagio cresca a dismisura con ovvie deleterie conseguenze.
Il lavoratore quindi vive una completa condizione di frustrazione preso nel vortice di determinati meccanismi organizzativi che includono ogni elemento del clima psico-sociale in cui è inserito. Nonostante quindi l’entusiasmo, la passione e soprattutto le aspettative investite nel proprio lavoro la persona si trova a “mangiare senza metabolizzare” come scrive Lo Iacono (2003), producendo una erosione lenta delle proprie possibilità di operare esprimendo ogni potenzialità.
La riflessione profonda che il CORAM sta portando avanti nel tempo è quella di orientare il lavoratore attraverso il peso e la fatica del lavoro, navigando all’interno dell’incontro avvenuto tra la persona e l’ambiente sistema-lavoro che è all’origine di questo stato profondo di malessere.

Dott.ssa Ilaria Mastropietro